Voci dall’interno

Il gruppo di agenti e ispettori che hanno preso parte al progetto

Il gruppo di agenti e ispettori
che hanno preso parte al progetto

AULA PIU’ STRETTA non è soltanto un’esperienza che vivono gli ospiti (temporanei) che si attivano durante il percorso di due giorni dentro e fuori dalla Casa di reclusione, ma è anche un momento di partecipazione viva e sentita da parte degli operatori professionali che sovrintendono organizzazione e sicurezza del carcere, chiamati in causa come accompagnatori, testimoni, tutor e perfino docenti.

A loro abbiamo chiesto un punto di vista interno, voci e racconti di che cosa accade durante il percorso nell’AULA PIU’ STRETTA del mondo.

 

 

Il punto di vista degli ispettori

ROSARIO DAVI, Vice Sovrintendente

Che cosa può insegnare il carcere alle aziende?
Entrare in carcere non colpisce tanto per l’ambientazione insolita, ma per alcuni aspetti organizzativi, primo fra tutti la capacità di tenere insieme un corpus di regole piuttosto rigide con situazioni che non sono mai standard e quindi richiedono una dinamicità o, addirittura, un’intraprendenza individuale, oltre che una notevole dose di buon senso e di esperienza. Colpisce molto i manager l’assunzione di responsabilità individuale”.

Agenti e ispettori che hanno preso parte al progettoE che cosa ha insegnato a lei questo progetto?
Attraverso lo stupore degli ospiti anch’io ho potuto vedere cose che facciamo ogni giorno e di cui non calcoliamo l’importanza. Il nostro compito è restare nell’ombra, molto più di quanto viene richiesto alla Pubblica Sicurezza in generale, dato che in questo modo proteggiamo anche la privacy del detenuto. Far emergere la professionalità con cui eseguiamo il nostro compito mi ha riempito di orgoglio!”.

 

MICHELE QUINTO, Vice Sovrintendente

Che cosa interessa ai responsabili delle aziende?
I partecipanti restano colpiti dal fatto che dobbiamo farci carico di mantenere gli standard di produzione concordati con le aziende, mediando con le esigenze dei detenuti, rispettando vincoli organizzativi non prescindibili. Questa flessibilità e la capacità organizzativa colpiscono i manager che lavorano con risorse umane e mi sono accorto che talvolta invidiano il senso di appartenenza che ci permette di fare la cosa giusta affinché il servizio funzioni: va fatto e quindi si fa”.

Che cosa pensa del ruolo che ricopre quotidianamente?
Noi proiettiamo il senso di appartenenza nella nel simbolo della divisa. La indossiamo e siamo coloro ai quali lo Stato affida il compito della sicurezza in un luogo in cui c’è chi non ha accettato né lo Stato né la Legge. Ci assumiamo il compito di trasmetterlo anche a queste persone. Teniamo insieme diversi ruoli, facendo spesso due o tre cose insieme, il ruolo attivo e quello amministrativo. Questo stupisce i nostri osservatori”.

 

Agenti e ispettori che hanno preso parte al progetoMARIA VISENTINI, Ispettore Superiore

Che cosa può apprendere un’azienda dal carcere?
Il carcere può insegnare la capacità gestionale personale: saper prendere decisioni rapide e necessarie in autonomia, garantendo il rispetto delle regole e la sicurezza del cittadino, del detenuto, dell’agente, dell’istituzione. Anche sapendo che poi bisognerà dar conto di queste decisioni. Questo non è un modus operandi che cresce spontaneamente in carcere: si crea se c’è una squadra che lavora e che l’ha assunta come cultura di riferimento”.

Come escono gli Ispettori e l’istituzione carceraria da questa esperienza?
Ai nostri ospiti desta meraviglia il fatto che non siamo armati: la nostra arma con i detenuti è la parola. Parliamo tutto il giorno, ragioniamo, convinciamo, incoraggiamo. E lo stesso con gli agenti: discutiamo, mediamo, riflettiamo. È un aspetto fondamentale del nostro lavoro, a cui dedichiamo moltissime energie. Anche le ricadute sul carcere sono positive: il percorso crea opportunità di rieducazione, cambiamento e aggiornamento di chi è immerso nel sistema carcere”.

 

MAURO FINAMORE, Ispettore Capo

Quali “lezione” può offrire il carcere alle aziende?
I manager ci fanno molte domande sul fatto che dobbiamo e sappiamo prendere decisioni in autonomia davanti a una criticità, senza avere un codice che ci dica cosa fare e come fare: ma un codice per ogni situazione non esiste. E qui nessuna situazione è uguale all’altra, perché nessuna persona è uguale ad un’altra. Ci chiedono se non abbiamo la tentazione di demandare a un’autorità superiore: siamo qui per risolvere il problema, questo è il nostro compito”.

Agenti e ispettori che hanno preso parte al progettoChe cosa l’ha colpita di più di questa esperienza?
A me è piaciuto uscire per un poco dall’invisibilità che fa parte della nostra missione: laddove siamo visibili vuol dire che le cose si mettono male. Ogni giorno affrontiamo un sacco di problemi, soprattutto quando vorresti dire «Ho finito, vado a casa» e invece si profila un nuovo guaio che ti induce a restare. È importante diventare capaci di assumere questa imprevedibilità come costitutiva del nostro lavoro”.

 

GERMANO CROBU, Ispettore Capo

Quale esperienza può trasferire il carcere alle aziende?
Il carcere è una struttura rigida, molto più di un’azienda, però deve trovare continuamente soluzioni ai problemi più diversi: dal detenuto che vuole morire a quelli che escono per i motivi più svariati. Non possiamo non trovare una soluzione: abbiamo la responsabilità penale e civile delle persone che ci sono affidate. Il carcere è potenzialmente una ‘bomba’, ospita una popolazione particolarmente problematica. Bisogna imparare a farlo funzionare il meglio possibile”.

Qual è la ricaduta sul Carcere di questo progetto?
Studiare il carcere è il modo per sentirsi vivi dentro al carcere. Lo sguardo dei manager è stato come uno specchio in cui ho visto che lavoriamo bene: fa piacere, ma soprattutto contribuisce a dare la motivazione per continuare. Che altre soddisfazioni possiamo volere? Sentirsi vivi, appunto”.

 

Agenti e ispettori che hanno preso parte al progettoDANIELE TALANTI, Vice Sovrintendente

Qual è la parte più dura del lavoro in un carcere?
Noi qui impariamo a gestire la sostanza, senza trascurare la forma. I manager gestiscono persone che lavorano con le macchine, noi gestiamo persone che lavorano con altre persone particolarmente difficili. Il protocollo non basta: occorre la capacità di gestirle. E la sostanza la tiri fuori da te stesso. Impari l’apertura mentale, la flessibilità, la responsabilità e a metterti in gioco. Apprendi pensandoci e confrontandoti con i colleghi. Diversamente non resisti alle difficoltà e cambi lavoro”.

Che cosa le ha insegnato questa insolita esperienza formativa?
In passato ho preso il diploma di geometra, studiando giusto il necessario: qui ho studiato con vero interesse. Il confronto mi ha fatto crescere, mi ha mostrato le capacità che avevo e mi ha spinto ad affinarle. Forse a Opera soffia lo spirito milanese dell’apertura, non lo so: a me piace stare qui e in questa occasione me ne sono accorto. Incontrare persone che su questi temi riflettono forse anche più di noi ha accresciuto la mia consapevolezza e la mia motivazione”.

 

CARMELO LO PINTO, Sovrintendente

Anche il carcere è un’azienda sui generis?
Le persone che vengono qui si focalizzano molto sul mondo carcere e non sulla parte detentiva: anche noi abbiamo problemi economici, di personale, burocratici. Anche noi dobbiamo far funzionare e perfezionare la nostra organizzazione e lo sforzo che facciamo è interessante per chi non è abituato a un contesto così vincolante. Colpisce come usiamo il nostro ruolo per dirigere le persone a noi affidate: agenti e detenuti”.

Verso quali attività e obiettivi concentra la sua attenzione e preparazione?
Fare gruppo ci dà forza. Si può insegnare a fare gruppo? Noi lo abbiamo imparato e lo applichiamo. Io gestisco 90 agenti, tutti diversi, con stili diversi. C’è chi per carattere è più permissivo, chi lo è meno. E’ importante costruire il gruppo in modo da agire nello stesso modo, pensando ognuno alla sicurezza dell’altro. Dedico molto tempo a questo, per capire le difficoltà delle persone e dar loro maggiore sicurezza con le risorse che ho a disposizione. In fondo la sicurezza è il nostro prodotto”.

 

MAURO TEDDE, Ispettore Capo

Che cosa attrae i responsabili delle aziende in questo percorso?
Mi ha colpito come i manager non avessero alcuna conoscenza dell’ambiente e non avessero immaginato che noi lavoriamo con il prodotto uomo. Restano colpiti dalla complessità del nostro ruolo: davanti a certe situazioni uno deve conoscere la regola, ma saper usare l’ascolto, dare sostegno, ma anche contenere, un po’ come un buon padre di famiglia. Riuscire a imbroccare la strada giusta in una situazione di emergenza dipende dal poter ricorrere a questa stratificazione professionale”.

Quali benefici ha avuto dalla partecipazione in qualità di esperto e guida per i manager?
Chi si sarebbe mai immaginato di potersi confrontare con figure apicali dell’azienda privata? La soddisfazione personale è grande: significa che qualcosa da dire ce l’ho. È anche l’occasione per far vedere quello che facciamo, considerare certe capacità che abbiamo acquisito, alle quali attingiamo come da un mazzo di carte quando serve. Si rivaluta il nostro lavoro che di solito è visto in modo negativo, e si aprono nuove strade anche per eventuali collaborazioni fra carcere e mondo del lavoro”.